
LA LIBERAZIONE
E L'INIZIO DELLA BATTAGLIA PER UNA EUROPA LIBERA ED UNITA
«Senza stare ad attendere, il 18
agosto (1943) decidemmo di affittare anche noi un motopeschereccio di Ponza e
di caricarlo con una trentina di liberandi....
Guardavo sparire l'isola nella
quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle
amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato come
da un lontano loggione la tragedia della seconda guerra mondiale, avevo tirato
le somme finali di quel che ero andato meditando durante sedici anni, avevo
scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del
pensare pulito, l’ebbrezza della creazione politica, il fremito dell’apparire
delle cose impossibili........
Verso mezzogiorno il battello
doppiò il promontorio e il golfo di Gaeta si offrì ai naviganti accogliente e desiderato.
Raggiungemmo in carrozzella la stazione di Formia,
... arrivammo alla stazione di Roma.... Mentre mi avviavo verso la casa dei
miei.... La mia solitaria fierezza era di tutt’altra
natura, perché nessuna formazione politica esistente mi attendeva, né si
preparava a farmi festa, ad accogliermi nelle sue file. Sarei stato io a
suscitare dal nulla un movimento nuovo e diverso per una battaglia nuova e
diversa — una battaglia che io, ma probabilmente per ora solo io, avevo deciso
di considerare, benché ancora inesistente, più importante di quelle in corso in
cui andavano ad impegnarsi tutti gli altri. Con me non avevo per ora, oltre me
stesso, che un Manifesto, alcune Tesi e tre o quattro amici, i quali attendevano
me per sapere se l’azione della quale avevo con loro tanto parlato sarebbe
veramente cominciata».
Altiero Spinelli, Come
ho tentato di diventare saggio.
Io Ulisse, Il Mulino, 1984, pp. 341 e ss..
Altiero
Spinelli nell’isola di Ventotene tornò due volte, nel
novembre 1973, per il quarantennale della fondazione del Movimento Federalista
Europeo, ed il 10-11 ottobre 1981, per il quarantennale del Manifesto per una
Europa libera ed unita (Il Manifesto di Ventotene).
L’ultima volta
era deputato europeo, dal 1979, quando, per la prima volta, il Parlamento
europeo fu eletto direttamente dai cittadini europei. Aveva già iniziato la sua
ultima battaglia, per conferire al Parlamento europeo dignità istituzionale
attraverso l’esercizio di una funzione costituente per approvare il Progetto
di Trattato che istituisce l’Unione europea.
Tale Progetto
fu approvato dal Parlamento europeo il 14 febbraio 1984, vent’anni
fa, e costituisce un importante riferimento per le battaglie che ancora devono
essere condotte per fare della Unione europea una federazione di Stati.
«Oggi è il
momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti,
tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si
era immaginato... La via da percorrere non è facile, né sicura, ma deve essere
percorsa e lo sarà!».
(da Il
Manifesto di Ventotene).
Affidiamo ai
giovani le pagine che seguono, perché possano conoscere alcune vicende della
nostra storia recente per meglio concorrere a costruire il futuro che li
riguarda.
Ventotene, 11 marzo 2004
LA VITA E L’AZIONE DI ALTIERO
SPINELLI
Altiero Spinelli
(1907-1986) aderisce molto giovane al Partito Comunista Italiano, partecipando
alla lotta clandestina contro it fascismo. Arrestato
nel 1927, sconta dieci anni di prigione e sei di confino. Durante il suo confino a Ventotene,
studiando i testi dei federalisti anglosassoni, abbandona il
comunismo e abbraccia il federalismo. In quel periodo
elabora, assieme a Ernesto
Rossi ed Eugenio Colorni, il Manifesto di Ventotene (1941).
Spinelli si rende presto conto del fatto che la battaglia per la federazione
europea richiede la creazione di un’organizzazione politica nuova, immune dai nazionalismi
e libera dalle ideologie tradizionali. Sulla base di questa convinzione
promuove la fondazione del Movimento
Federalista Europeo (Milano 27-28 agosto 1943). Agli inizi degli
anni cinquanta, l’azione di Spinelli e del Movimento Federalista Europeo sul governo
italiano si rivela decisiva: la costituente europea diventa la questione
centrale nelle trattative intergovernative per la creazione della Comunità
Europea di difesa (CED). E grazie a questa azione che l’Assemblea (l’assemblea
allargata della CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) viene
incaricata di elaborare lo statuto della Comunità politica europea, cioè dell’organismo
politico incaricato di controllare l’esercito europeo. L’Assemblea assolve al
suo mandato elaborando un testo di costituzione, ma la sua opera viene vanificata
dalla mancata ratifica della CED da parte della Francia (1954). Nonostante
questa sconfitta, fra il 1954 e il 1960 Spinelli e il Movimento Federalista Europeo rilanciano la lotta
federalista impegnandosi per mobilitare l’europeismo ormai diffuso in una
protesta popolare crescente - azione del Congresso del Popolo europeo - diretta
contro la legittimità stessa degli Stati nazionali.
Dopo aver
abbandonato il Movimento Federalista Europeo negli anni sessanta, nel 1970
viene nominato membro della Commissione esecutiva della CEE, Comunità
Economica Europea. Dal 1976 al 1986 e membro del Parlamento europeo, divenendo nel 1984
presidente della Commissione istituzionale. E nel Parlamento europeo che Spinelli,
per la seconda volta, ha l’opportunità di avviare un’azione di tipo
costituzionale, promuovendo all’interno del Parlamento europeo, ormai eletto
direttamente, l’elaborazione di un Progetto di Trattato di Unione europea (approvato
a larghissima maggioranza il 14
febbraio 1984). Questa
iniziativa viene frenata e insabbiata dai governi nazionali, che nel 1985 varano il meno ambizioso
Atto Unico europeo. Essa segna tuttavia l’ingresso sulla scena europea del
Parlamento europeo come nuovo soggetto politico nel processo di
democratizzazione delle istituzioni comunitarie.
Altiero Spinelli
muore a Roma il 23 maggio 1986.
L’AZIONE DI
SPINELLI E IL FEDERALISMO COME NUOVO
COMPORTAMENTO POLITICO
I federalisti
prima di Spinelli - L’atteggiamento di Spinelli si
distingue da quello dei federalisti che, prima di lui, si erano limitati a
denunciare la crisi storica dello Stato nazionale, collocando la realizzazione
della Federazione europea in un futuro indeterminato. Questi federalisti, al
contrario di Spinelli, non si erano posti l’obiettivo di elaborare un programma
d’azione preciso e continuavano ad impegnarsi prima di tutto sul fronte delle
lotte politiche nazionali, liberali, democratiche o socialiste. Spinelli invece
è convinto che la Federazione europea, dopo la seconda guerra mondiale,
diventerà un obiettivo concreto della lotta politica. Spinelli denuncia
pertanto i limiti dell’approccio «funzionalista» all’unificazione
europea - che prevede una unificazione progressiva, per mezzo di trattati fra
Stati nazionali su singoli problemi - e l’illusione degli europeisti di poter
raggiungere la federazione senza la rinuncia alla sovranità nazionale da parte
degli Stati. La sua azione mira sin dall’inizio a sfruttare le contraddizioni
che si manifestano nel tentativo di mettere in comune le politiche nazionali,
storicamente caratterizzate dall’egoismo.
Il metodo di
Spinelli - Al metodo comunitario seguito
da Jean Monnet (Jean Monnet
(1888-1979), politico francese, strenuo propugnatore dell’unità europea, fu
presidente della CECA (1952-1955)), fondato sulla politica “dei piccoli passi”
e degli accordi fra gli Stati nazionali, Spinelli contrappone il metodo
costituente, ovvero la elaborazione di una Costituzione Europea. Egli
è consapevole del fatto che bisogna far accettare agli Stati un trattato in
base al quale essi si dichiarino disposti a cedere parte della loro sovranità a
favore di un governo sovranazionale; dall’altro lato
sostiene che è necessario far partecipare il popolo europeo alla definizione di
una Costituzione che stabilisca la forma e i compiti della nuova unione fra
Stati. Su questa posizione, difesa e sostenuta per tutta la vita, Spinelli
riesce, nel 1984, a portare l’intero Parlamento europeo. Questo stesso
Parlamento è chiamato a portare a termine la battaglia costituente iniziata da
Spinelli.
A questo punto
lasciamo parlare lo stesso protagonista della lotta per un’Europa libera e
unita, Altiero Spinelli, riportando passi del Manifesto di Ventotene e di
alcuni suoi interventi.
IL
MANIFESTO DI VENTOTENE
“La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade
perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia,
del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale
nuovissima linea che separa quelli che concepiscono ancora come fine
essenziale della lotta la conquista del potere politico nazionale e quelli che
vedranno finalmente come compito centrale la creazione di un solido stato
internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e,
anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno prima di tutto come
strumento per realizzare l’unita internazionale”.
Per un’Europa
libera e unita — Progetto di Manifesto, Ventotenei
1941
LA NASCITA
DEL MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO (1943)
“Respingemmo il progetto, ventilato da qualcuno, di costituire un semplice
centro di studi e di diffusione di idee. Lasciammo definitivamente cadere l’idea
di un partito federalista, comprendendo che metterlo su e conquistargli un
posto significativo accanto ai partiti democratici che vedevamo rinascere dalle
loro ceneri con una insospettata vigorosa continuità sarebbe stato un
tentativo con ogni probabilità sterile e ci avrebbe comunque impedito di
raccogliere in un solo fascio tutti i consensi certamente esistenti in ogni
forza politica. La necessità di entrare in concorrenza con gli altri partiti
ci avrebbe obbligato a darci un programma completo di gestione del potere
nazionale, e ci avrebbe perciò inevitabilmente distratti dalla concentrazione
che volevamo prioritaria sulla costruzione europea. Saremmo dunque stati un
movimento che avrebbe chiamato a raccolta chiunque si volesse battere per la
federazione, e perciò aperto a membri dei vari partiti antifascisti che si
andavano formando, ma deciso a restare autonomo rispetto ad essi”.
SPINELLI, IL MOVIMENTO FEDERALISTA
EUROPEO
E DE GASPERI
Incomprensioni
iniziali - Con De Gasperi (Alcide De Gasperi (1881-1954)
fu tra fondatori della Democrazia
Cristiana, ministro degli esteri, presidente del Consiglio dal 1945 al 1953, presidente
della CECA nel 1954.) abbiamo avuto un incontro non facile. Quando
abbiamo cominciato a fare il nostro piccolo movimento, con questa durezza di
formulazione e impegno di battaglia, poiché Sforza, ministro degli esteri, e De
Gasperi avevano un atteggiamento antinazionalista,
abbiamo cercato di prendere contatto con loro. Nel 1950 abbiamo fatto, d’accordo con i federalisti anche degli
altri paesi, una campagna sotto forma di petizione, in cui chiedevamo ai governi,
e in particolare noi al nostro governo italiano, di prendere una iniziativa per
fare un patto federale con gli altri paesi. Abbiamo preparato il testo della
petizione su cui raccogliere le firme, e abbiamo poi cercato alcuni sostegni autorevoli
che avrebbero facilitato la raccolta. Uno dei primi passi a cui dovevamo pensare
era De Gasperi. De Gasperi
ci riceve, legge questo testo e dice che, sì, lui è disposto ad appoggiarlo a
condizione che noi cambiamo un pò quella formula
troppo astratta: avremmo dovuto dire che noi invitavamo il governo italiano a
prendere iniziative per promuovere la pace in Europa.
11 sostegno
di De Gasperi - Allora
noi abbiamo detto che il nostro movimento nasceva proprio contro questo modo di
concepire, di fare la politica europea e che, perciò, non l’avremmo fatto. E ci
siamo lasciati così, freddamente: lui dicendo che allora non si interessava
della cosa e noi trovandoci in una situazione abbastanza difficile, perchè si
partiva avendo il capo del governo in questa situazione ostile. Però abbiamo
deciso: lo facciamo lo stesso. E nel giro di un anno abbiamo raccolto mezzo
milione di firme e alla fine abbiamo fatto, nel ‘51, una grossa manifestazione
all’Eliseo, nella quale era presente Einaudi, Presidente della Repubblica - Einaudi
era quello che silenziosamente ci aveva sempre sostenuto - e, invitati a
parlare, c’erano anche Sforza e De Gasperi. (...)
Allora abbiamo avuto la prima dichiarazione di De Gasperi
a nostro favore, perchè ha firmato anche lui la petizione e ha dichiarato che il
governo italiano avrebbe accettato questo impegno e avrebbe agito in coerenza.
Bene, debbo dire che a questo impegno De Gasperi ha
tenuto fede ed e stata una grossa iniziativa del governo italiano.
Quest’uomo, De Gasperi, che in
fondo era un moderato, lo ha fatto con uno spirito rivoluzionario non indifferente,
vincendo resistenze in Italia, nella amministrazione italiana e vincendo
resistenze negli altri paesi”
Da un’intervista radiofonica, 1985
IL POTERE COSTITUENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO
Parlamento
europeo deve rappresentare i cittadini - “Questo esclusivo diritto politico del
Parlamento europeo, non scritto ma valido perchè fondato su una solida
consuetudine democratica, deve essere rivendicato con fermezza dal Parlamento
contro ogni tentativo di trasferire l’elaborazione a saggi, a diplomatici, a
ministri, o ad altri. Se il Parlamento europeo cede su questo punto, se ammette
che it suo è stato solo un lavoro preparatorio
destinato ad essere rimanipolato da altri, esso
riduce se stesso al livello di poco più che un ufficio studi, e dichiara
spontaneamente di non possedere la qualità di rappresentante dei cittadini
della Comunità, cioè rinnega lo scopo stesso per cui le elezioni hanno avuto
luogo. Molte voci si leveranno - siamone certi - contro questa pretesa del
Parlamento europeo, ma esso sappia che questa trincea non potrà essere abbandonata
senza che tutto intero il fronte della sua battaglia per l’Unione crolli”.
Discorso pronunciato all’Istituto universitario
europeo di Firenze, 13 giugno 1983
IL
LAVORO DA PORTARE A TERMINE
Le
responsabilità del Parlamento europeo - “Avete
tutti letto il romanzo di Hemingway in cui si parla
di un vecchio pescatore che, dopo aver pescato il pesce più grosso della sua
vita, tenta di portarlo a riva. Ma i pescicani a poco a poco lo divorano, e
quando egli arriva in porto gli rimane la lisca. Quando voterà fra qualche minuto,
il Parlamento avrà catturato il pesce più grosso della sua vita, ma dovrà
portarlo fino a riva, perché ci saranno sempre degli squali che cercheranno di
divorarlo. Tentiamo di non rientrare in porto con soltanto una lisca”.
Discorso al Parlamento europeo, 14
settembre 1983
Spinelli
come Socrate - “Giunto
alla fine di un capitolo e all’inizio di un nuovo capitolo che probabilmente
sarà portato a termine da altri, e riflettendo sul lavoro che ho cercato di
fare qui, devo dire che, se le idee contenute in questo testo e nella
risoluzione non fossero esistite nella mente della grande maggioranza di
questo Parlamento, non sarei mai riuscito a mettervele. Mi sono limitato ad
esercitare, come Socrate, l’arte della maieutica. Sono stato l’ostetrica che ha
aiutato il Parlamento a dare alla luce questo bambino. Adesso bisogna farlo
vivere”.
Discorso al Parlamento europeo, 14
febbraio 1984
LA
“CITTA’ CONFINARIA” DI VENTOTENE
Durante il
ventennio fascista Ventotene divenne luogo di confino
per gli oppositori politici del regime. In questa piccola isola vennero concentrati
personaggi di spicco e intellettuali di tutte le estrazioni culturali, dando luogo
così ad una vera e propria “università del confino”.
Dalla discussione e dal confronto
intellettuale nacque infatti Il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni.
Alberto Jacometti fu uno di questi confinati e seppe raccontare con
una garbata vena umoristica la Ventotene confinaria.
Ciò che il
confinato può fare e ciò che non può fare
“Ma che cosa
dunque si può fare a Ventotene?
Ognuno di noi al
suo arrivo all’isola viene munito, per cura della Direzione, di un libretto
dalla copertina rossa. Il confinato dovrà da quel momento non separarsi mai da
quel libretto. E la così detta carta di permanenza. Contiene in fondo un
foglietto firmato dal direttore della colonia e timbrato con il bollo della Direzione, che il
confinato deve firmare a sua volta; s’intitola: Prescrizioni. Li s’impara ciò
che il confinato non deve fare.
La beffa -
Prima però di erudirlo nella parte negativa della condotta da tenere gli si
impone di “darsi a stabile lavoro”.
E questa e la
più bella beffa che a un povero cristo che arriva a Ventotene
senza un soldo si possa combinare.
Darsi a stabile
lavoro? Ma lui non domanda di meglio. Sarebbe, persino disposto, se necessario,
a cambiare mestiere: si sa, o almeno si intuisce che, a Ventotene,
di meccanici, d’autisti o di professori di filosofia non ci sia gran richiesta.
Ma che mestiere scegliere? Di industria non ce n’è. La terra - chi vuol fare il
contadino - e fuori limite; fino al ‘42 non era concesso per nessuna ragione di
varcarlo. Fare il commerciante? I commercianti locali vi si oppongono con la
più strenua energia e poi, per fare il commerciante, occorre disporre di
quattrini. Studenti non ce n’è. Si potrebbe fare il pescatore, ma il mare e una
delle cose vietate. Rimane l’artigianato: il ciabattino, lo zoccolaio, il
sarto, il falegname, il fabbro, l’arrotino, il cordaio, il canestraio.
Popolazione totale dell’isola: meno di tremila persone, quanti artigiani volete
che possano sussistere? Trenta? Cinquanta? E poi? La prima prescrizione della
carta di permanenza, l’unica accettata volonterosamente, e quindi un inganno e
una menzogna. Non si può... Le altre... Vediamo un pò. Non si
può varcare il limite del confino; e va bene. Ma non si può neppure cambiare di
mensa o cambiare di posto in dormitorio senza la preventiva autorizzazione.
Non si può
rincasare più tardi dell’ora fissata o uscire dai cameroni
prima (del resto vi siamo rinchiusi), e siamo d’accordo. Ma non si può neppure
tenervi un coltello, che dico un coltello, un temperino, un cavatappi, un
apriscatole; e ci fu un tempo in cui non si poteva tenervi un paio di forbici o
un rasoio di sicurezza. Adesso tuttavia le forbici devono essere spuntate.
Non si può tenere
carte da gioco; non si può giocare alla morra. Non si può frequentare
postriboli, osterie, cinema, teatri, spettacoli o trattenimenti pubblici. In
un caffè o in una trattoria non ci si può sedere. Non
si può assistere alle funzioni religiose senza un permesso speciale; non si può
quindi entrare in chiesa. Non si può varcare la soglia di nessuna abitazione
privata, di nessun laboratorio (anche se di confinati) per nessuna ragione. Non
si può possedere una macchina fotografica e neppure una macchina da scrivere;
né un binocolo; né una lampada tascabile. Non si può avere una cameretta fuori,
neppure per studiare, neppure durante il solo giorno. Non si può scrivere a chi
si vuole, non si può ricevere letture da chicchessia; anche per i familiari,
per la moglie, i figli, è indispensabile un’autorizzazione ministeriale. Non
si può imbucare la corrispondenza se non nella buca speciale; non si può
ricevere da casa libri, giornali o riviste. Non si può far prestiti; e quindi
contrarre debiti. Non si può parlare una lingua estera; o parlare o comunque
fare rumore durante le ore di riposo prescritte dal regolamento. Tutto questo
dice la carta di permanenza. Ma ci sono cose che non dice e che non si possono
fare egualmente.
Piccole
vessazioni - Non si può:
scrivere più di
una cartolina o una lettera la settimana;
entrare in un camerone che non sia il proprio;
cucinare e
mangiare in camerone ;
portare vino in camerone;
mangiare in
compagnia fuori della mensa o fuori dell’orario in mensa; trattenersi in mensa
al di là dell’ora dei pranzi;
detenere una
lampada a spirito;
tenere in tasca
più di cento lire;
prelevare più di
cento lire settimanali dal proprio libretto di Cassa di risparmio;
frequentare o
parlare con i parenti di altri confinati (anche se sono vostri amici);
leggere giornali
esteri, o giornali non autorizzati, o libri non autorizzati; o libri concessi a
X e non a voi; quindi prestar libri concessi a voi e non ad altri;
scrivere su
quaderni o su agende o su fogli non timbrati;
leggere un
giornale ad alta voce perché altri sentano; commentare le notizie del giornale;
commentare le
notizie della radio;
parlare di
politica; di uomini politici; di guerra;
entrare nei
locali della Direzione senza giacca; o con il cappello in testa.
In certi
periodi:
portare
calzoncini corti;
tenere il materasso non
arrotolato sulla branda;
stare a torso
nudo sui piazzali; sedersi sui piazzali; sedersi sui muretti dei piazzali;
mettere le brande o i materassi
al sole;
sostare vicino
al padiglione delle donne;
accedere nei corridoi
della Direzione in più di uno alla volta. Mi par che basti.
E allora cosa si
può fare?
Si può:
dormire tutto il
giorno, salvo Fora degli appelli;
passeggiare
tutto il giorno;
leggere e
scrivere;
affacciarsi agli
usci delle case;
giocare a
scacchi e a dama;
andare a piedi
nudi e con i calzoni rotti.
Piccole vessazioni, piccole
angherie, dispettucci e brutalità.
A questo punto
una domanda viene spontanea alle labbra. E’ possibile la vita in tali
condizioni? Si, è possibile. Sarebbe possibile. Se, data una tavola di
restrizioni, questa tavola fosse mantenuta ferma, rispettata, la vita sarebbe
possibile. Non c’è legge, per soffocante e ferrea che sia, che possa impedire
alla vita di trovare una manciata di terra su cui abbarbicarsi, una fenditura
attraverso alla quale crescere e fogliare. La vita e nello stesso tempo più
dura e più versatile, più intelligente e furba, di qualunque legge. Qui si badi
c’è, ad onta di tutto, la condizione primordiale della vita: l’aria aperta. C’è
poi la grande valvola di sicurezza della lettura. Sopprimete la lettura e
farete dei confinati degli ipocondriaci - o delle belve.
Ciò che rende la
vita difficile e quasi insopportabile e l’arbitrio. Non la legge dura, ma il
non rispetto della legge. Ciò che sgomenta, indispettisce, esaspera, e la
libera interpretazione della legge, il sopruso, il malvolere, l’estrosità di
chi la legge deve fare rispettare. Allora il cittadino non sa più che fare.
Allora il confinato - il confinato ordinario almeno - è alla merce non soltanto
del commissario o del vice-commissario, ma dell’ufficio politico, di ogni
agente, di ogni milite, di trecentocinquanta volontà, del capriccio, della
malvagità, dell’odio, del sadismo dei pazzi, dei perversi, di un nemico
politico dichiarato e tremebondo.
La milizia - E’ la prima mostruosità è commessa dal
Governo con il mettere a contatto milizia e confinati. Si sa che cosa sia la
milizia. La milizia non è un organo dello Stato, è un organo di un partito, il
partito che ha confiscato lo Stato. La sua guardia del corpo, la sua sicurezza.
I confinati sono i nemici di quel partito. Metterli a contatto significa volere
la provocazione. E questa non manca -ora con più ora con meno tracotanza - di
essere messa in atto. Sono, durante la guerra spagnola, commenti beffardi
fatti ad alta voce, manifestazioni di giubilo e risate a ogni vittoria franchista ; è la gazzarra inscenata alla caduta di
Barcellona ( L’Italia
fascista sostenne militarmente, assieme alla Germania nazista, il colpo di
Stato del generale Francisco Franco in Spagna contro la Repubblica, dal 1936 al
1939).
Il confinato
tace, si morde le labbra a sangue, ricaccia indietro l’urlo di rivolta e il singhiozzo.
Sono, durante questa guerra, le esclamazioni che accompagnano l’annuncio dato
dalla radio delle strepitose vittorie tedesche. I lazzi scagliati a bella posta
davanti a noi. Le false notizie di inverosimili vittorie fatte circolare. E il
continuo spionaggio eseguito intorno ai nostri sentimenti, alle nostre gioie,
alle nostre angosce, alle nostre smorfie.
Provocazioni - Sono provocazioni senza causa,
improvvise, dettate, chi lo sa, dal vino o da una cattiva digestione: interpellazioni brutali, punizioni assurde (richiesta
della carta di permanenza e conseguente consegna in camerone),
irruzioni sbalorditive nelle camerette o nelle camerate, perquisizioni
cervellotiche e, talvolta, torture cinesi vere e proprie come quella, se sei
seduto all’aria aperta, di passarti innanzi e indietro a pochi centimetri di
distanza finchè .., non te ne vai o sbotti.
Non reagire - Chi reagisce ha torto. Sempre. La
consegna è applicata, in novantacinque casi su cento, senza interrogazione del
colpevole. Il consiglio di disciplina (che io non vidi funzionare mai) è
composto, oltre che dai funzionari di polizia, dal medico della colonia e dal
prete. Il prete è il difensore. Nei casi gravi c’è la denuncia all’autorità giudiziaria.
Ma nei casi gravi che il Tribunale assolverebbe, la Direzione (o il Ministero)
hanno la facoltà di applicarti una misura in virtù della quale sei mandato in
carcere per cattiva condotta, senza alcun giudizio. Vi puoi restare fino a sei
mesi. I mesi di prigione non contano agli effetti del confino. Vicino alla
milizia, talora più feroci e più brutali, ci sono gli agenti di pubblica
sicurezza. Anche loro sono fascisti. L’ostentano. Poi c’è la squadra politica.
In certi periodi la squadra politica è stata la vera padrona del confino.
Poteva fare tutto e non se ne privava. Il direttore la copriva sempre. Ecco
qui. C’è la disposizione che un confinato non può entrare in un camerone che non sia il suo. E’ caduta in disuso da anni.
Un giorno salta il ticchio a uno della squadra politica di ristabilirla. Detto
fatto: manda in giro per le camerate e fa togliere la carta di permanenza a
tutti i confinati in rottura di regolamento. Lo stesso per la disposizione che
riguarda i parenti dei confinati. Durante mesi e mesi ci si può intrattenere
con loro, accompagnandoli ecc. ecc. Un giorno trac, il confinato che scambierà
una parola con un visitatore che non sia suo parente, sarà punito (il
visitatore mandato via). Perchè? Per eccitarci?
Alberto Jacometti,
Ventotene, Marsilio Editori, 1974.
La Biblioteca
Comunale di Ventotene, con il sostegno della Sezione ventotenese del Movimento Federalista Europeo, intende rendere
omaggio con il presente “Quaderno” a un suo illustre cittadino d’elezione: Altiero
Spinelli, che concepì nella piccola perla del Mediterraneo il Manifesto
di Ventotene, testo fondamentale dell’idea
federalista europea, e che qui riposa.
Il messaggio di
Spinelli merita di essere conosciuto da un più ampio pubblico e soprattutto
dalle giovani generazioni, perché è un messaggio di pace e di democrazia: solo
quando - secondo l’autore del Manifesto di Ventotene
- con l’Unità dell’Europa, saranno stati rimossi gli egoismi nazionalistici
e le decisioni comunitarie saranno state affidate al voto dei cittadini, potrà
regnare una vera e duratura pace.
Il Manifesto di Ventotene,
steso nel 1941 da Spinelli, e Rossi insieme con Eugenio Colorni
e Ursula Hirschmann, è un fondamentale documento che
traccia le linee guida di quella che sarà la carta dei diritti fondamentali
dell’Unione europea.
Nel documento viene
sottolineato come i principi che nacquero dalla Società delle Nazioni in seguito
alla prima guerra mondiale si fossero persi, lasciando spazio al nazionalismo
imperialista delle potenze. Come gli ordinamenti democratici si fossero
svuotati del loro senso lasciando spazio a plutocrati e monopolisti. Come lo
spirito critico scientifico fosse stato sostituito da nuove fedi materialistiche.
I tre intellettuali
previdero la caduta dei poteri totalitari e auspicarono che, dopo le esperienze
traumatiche della prima metà del Novecento, i popoli sarebbero riusciti a
sfuggire alle subdole manovre delle élites conservatrici. Secondo loro, lo scopo di queste
sarebbe stato quello di ristabilire l’ordine prebellico.
Per contrastare queste
forze si sarebbe dovuta fondare una forza sovranazionale
europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite
e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale. L’ordinamento
di questa forza avrebbe dovuto basarsi su una “terza via” economico-politica,
che avrebbe evitato gli errori di capitalismo e comunismo, e che avrebbe permesso
all’ordinamento democratico e all’autodeterminazione dei popoli di assumere un
valore concreto.
"Per
un'Europa libera e unita"
Ventotene, agosto 1941
1 - LA CRISI
DELLA CIVILTÀ MODERNA
La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento
il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero
strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si
è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della
vita sociale che non lo rispettino:
1. Si è affermato l'eguale diritto a tutte le
nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle
sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare
nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare
concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore
ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un
potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un
senso di più vasta solidarietà contro l'oppressione degli stranieri dominatori;
ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini
e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato,
alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni
più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che
la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari
ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è più ora considerata come lo storico
prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo
processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel
loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro
di tutta la società umana. È invece divenuta un'entità divina, un organismo che
deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun
modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta
degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera
suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di
muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da
alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell'egemonia
dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.
In conseguenza lo stato, da tutelatore
della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a
servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l'efficienza bellica. Anche
nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle
inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in
molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento
di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione,
l'organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il
potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed
in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si
premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera
età al mestiere delle armi e dell'odio per gli stranieri; le libertà
individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e
continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono
ad abbandonare la famiglia, l'impiego, gli averi ed a sacrificare la vita
stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche
giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il
benessere collettivo.
Gli stati totalitari sono quelli che hanno
realizzato nel modo più coerente l’unificazione di tutte le forze, attuando il
massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli
organismi più adatti all'odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione
faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia
seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di
sopravvivere.
2. Si è affermato l'uguale diritto per i cittadini
alla formazione della volontà dello stato. Questa doveva così risultare la
sintesi delle mutevoli esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie
sociali liberamente espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di
correggere, o almeno di attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie
ereditarie dai regimi passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la
progressiva estensione del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa
dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a
poco a poco imparavano a servirsi di questi istrumenti
per dare l'assalto ai diritti acquisiti dalle classi abbienti; le imposte speciali
sui redditi non guadagnati e sulle successioni, le aliquote progressive sulle
maggiori fortune, le esenzioni dei redditi minimi, e dei beni di prima
necessità, la gratuità della scuola pubblica, l'aumento delle spese di
assistenza e di previdenza sociale, le riforme agrarie, il controllo delle
fabbriche minacciavano i ceti privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.
Anche i ceti privilegiati che avevano consentito
all'uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi
diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell'uguaglianza
di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva
libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne
troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed
appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di
mano ai loro avversari.
D'altra parte la formazione di giganteschi complessi
industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un'unica direzione interi
eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per
ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava
di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro.
Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi
gruppi si valevano per meglio sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre
più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo
stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo
risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non
riuscivano più a contenere.
Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato
in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta
raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei
cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità
legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata
l'esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri
assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo
col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società
a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli
risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili
degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio
esclusivo vantaggio, sotto l'apparenza del perseguimento dei superiori
interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria
delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna
cultura. È salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le
risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a
soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane,
vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro
che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col
diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto,
trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale
dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari
resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi
offra loro una qualsiasi possibilità d'impiego.
Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi
operaie, i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti
da individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza
poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad
esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime
economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno
confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere
e consolidare gli stati totalitari.
3. Contro il dogmatismo autoritario si è affermato
il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito
doveva dare ragione di sì o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato
atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni
campo.
Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla
crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per
fede o da accettare ipocritamente si stanno accampando in tutte le scienze.
Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni
storiche ne facciano risultare l'assurdità, si esige dai fisiologi di credere
di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché
l'imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l'odio e
l'orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere
considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi
bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie
scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le
parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello
di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata
la pseudo scienza della geopolitica che vuol
dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste
teorica alla volontà di sopraffazione dell'imperialismo. La storia viene
falsificata nei suoi dati essenziali, nell'interesse della classe governante.
Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non
considerate ortodosse. Le tenebre dell'oscurantismo di nuovo minacciano di
soffocare lo spirito umano.
La stessa etica sociale della libertà e
dell'uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini
liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini
collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i
loro fini, e come volontà dello stato viene senz'altro assunta la volontà di coloro
che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma
gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle
gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime
delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.
Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver
trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la
potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una
meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle
rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito
altri stati vassalli europei — primo fra i quali l'Italia — alleandosi col
Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell'opera di
sopraffazione.
La sua vittoria significherebbe il definitivo
consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche
sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate
per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già
darci un'idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra
vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di
generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro
territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo
stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla
nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al
rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato.
Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione
dell'umanità in Spartiati ed Iloti.
Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora
in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché
tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero
costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per
prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.
Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad
uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più
potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna,
anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico,
ha fatto sì che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza
dell'esercito sovietico, ed ha dato tempo all'America di avviare la mobilitazione
delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l'imperialismo
tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va
conducendo contro l'imperialismo giapponese.
Immense masse di uomini e di ricchezze sono già
schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno
raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente.
Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e
sono in ascesa. La guerra delle Nazioni Unite risveglia ogni giorno di più la
volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed
erano come smarriti per il colpo ricevuto, e persino risveglia tale volontà nei
popoli delle potenze dell'Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in
una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro
padroni.
Il lento processo, grazie al quale enormi masse di
uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano
e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il
processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si
ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi
lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe,
nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più
consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta
l'intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative,
vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali,
che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso
innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza
della nostra civiltà.
2 - I COMPITI DEL
DOPO GUERRA - L'UNITÀ EUROPEA
La sconfitta della Germania non porterebbe
automaticamente al riordinamento dell'Europa secondo il nostro ideale di
civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui
gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari
attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente,
suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di
uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei
vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare
l'ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno
ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i
dirigenti inglesi, magari d'accordo con quelli americani, tentino di spingere
le cose in questo senso, per riprendere la politica dell'equilibrio delle
potenze nell'apparente immediato interesse del loro impero.
Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle
istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle forze
armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del
capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle
degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche,
che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro
entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l'innumerevole stuolo di coloro
che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati
dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da
oggi, sentono che l'edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le
priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto fin'ora
e le esporrebbe all'assalto delle forze progressiste.
Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al
comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel
grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della
pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato
abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano
paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la
forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà
la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento
popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente
adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono
anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che
per le masse popolari l'unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l'ambito nazionale, ed è perciò
abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno
della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto.
Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il
ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo.
Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la
soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito
precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire
i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti
ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a
tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero
in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.
Il problema che in primo luogo va risolto, e
fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva
abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo
della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore
tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme
soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta
di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti
in solide strutture statali.
Gli spiriti sono giù ora molto meglio disposti che
in passato ad una riorganizzazione federale dell'Europa. La dura esperienza ha
aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte
circostanze favorevoli al nostro ideale.
Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che
non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la
convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri
paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta
che sia vinta. Alla prova, è apparso evidente che nessun paese d'Europa può
restarsene da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le
dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. È ormai dimostrata
la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni,
che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare
capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli
stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento,
secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo
dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo
stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che
avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a
popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi
situati nell'interno, questione balcanica, questione
irlandese ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione,
come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità
nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di
rapporti fra le diverse province.
D'altra parte la fine del senso di sicurezza nella
inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la
dissoluzione dell'esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto
delle forze tedesche — risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione
sciovinista della superiorità gallica — e specialmente la coscienza della
gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che
favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine all'attuale
anarchia. Ed il fatto che l'Inghilterra abbia accettato il principio
dell'indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col
riconoscimento della sconfitta tutto il suo impero, rendono più agevole trovare
anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi coloniali.
A tutto ciò va infine aggiunta la scomparsa di
alcune delle principali dinastie e la fragilità delle basi di quelle che sostengono
le dinastie superstiti. Va tenuto conto, infatti, che le dinastie, considerando
i diversi paesi come tradizionale appannaggio proprio, rappresentavano, con i
poderosi interessi di cui erano l'appoggio, un serio ostacolo alla organizzazione
razionale degli Stati Uniti d'Europa, la quale non può poggiare che sulle
costituzioni repubblicane di tutti i paesi federati.
E quando, superando l'orizzonte del vecchio
continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono
l'umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia
concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi
su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in
cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e
partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore
o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la
sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo
centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere
politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle
forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari
torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità,
e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato
internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e,
anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come
strumento per realizzare l'unità internazionale.
Con la propaganda e con l'azione, cercando di
stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari
paesi si vanno certamente formando, occorre fin d'ora gettare le fondamenta di
un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo
organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da
secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di
una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente
le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi
e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni,
dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l'autonomia
che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo
le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
Se ci sarà nei principali paesi europei un numero
sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle
loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera
e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa
esperienza dell'ultimo ventennio. Poiché sarà l'ora di opere nuove, sarà anche
l'ora di uomini nuovi, del movimento per l'Europa libera e unita!
3 - I COMPITI DEL
DOPO GUERRA LA RIFORMA DELLA SOCIETÀ
Un'Europa libera e unita è premessa necessaria del
potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un
arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il
processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le
vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l'attuazione saranno
crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e
decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà
essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici
e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.
La bussola di orientamento per i provvedimenti da
prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente
dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione
deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea
provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale
dell'economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si
sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista, ma, una volta
realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un
regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei
burocrati gestori dell'economia, come è avvenuto in Russia.
Il principio veramente fondamentale del socialismo,
e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una
affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche
non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere
da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le
grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che
scaturiscono dall'interesse individuale, non vanno spente nella morta gora
della pratica "routinière" per trovarsi poi
di fronte all'insolubile problema di resuscitare lo spirito d'iniziativa con le
differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello
stacanovismo dell'U.R.S.S., col solo risultato di uno
sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece
esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed
impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che
le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la
collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata,
corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.
Questa direttiva si inserisce naturalmente nel
processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del
militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa
possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici
oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti
oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il
posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo
indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed
avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico
dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai
indispensabile dell'unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:
a. non si
possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un'attività
necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori
(ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in
vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di
dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc. (l'esempio più notevole di
questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le
imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati,
o per l'importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello
stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie,
grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). È questo il campo in cui
si dovrà procedere senz'altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza
alcun riguardo per i diritti acquisiti;
b. le
caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto
di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati
ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso
egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli
strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni
economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo
cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente
il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la
proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni
cooperative, l'azionariato operaio ecc.;
c. i
giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le
distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare
la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi
fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà
preparare, in ogni branca di studi per l'avviamento ai diversi mestieri e alla
diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente
alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi
pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano
essere le divergenze tra le rimunerazioni nell'interno di ciascuna categoria, a
seconda delle diverse capacità individuali;
d. la
potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima
necessità con la tecnica moderna permette ormai di assicurare a tutti, con un
costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l'alloggio e il vestiario col minimo
di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale
verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi
non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali
alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che
garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un
tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così
nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;
e. la liberazione
delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni
accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica
economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo
operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale.
I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per
trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera,
e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l'osservanza dei patti conclusivi;
ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute,
una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali.
Questi sono i cambiamenti necessari per creare,
intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo
mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà,
impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà
politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per
tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza
sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe
governante.
Sugli istituti costituzionali sarebbe superfluo
soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui dovranno
sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già sanno sulla
necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi,
dell'indipendenza della magistratura — che prenderà il posto dell'attuale — per
l'applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di
associazione, per illuminare l'opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la
possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole
questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare
importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la
chiesa e sul carattere della rappresentanza politica:
a. la
Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società
perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali
per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata
di tutti i regimi reazionari, dei quali cerca di approfittare per ottenere
esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo
i suoi tentacoli sulla scuola e sull'ordinamento della famiglia. Il concordato
con cui in Italia il Vaticano ha concluso l'alleanza col fascismo andrà
senz'altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e
per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile.
Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato
non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera
educatrice per lo sviluppo dello spirito critico;
b. la
baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l'ordinamento
corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato
totalitario. C'è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il
materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato
totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo
poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la
sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di
rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere
qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più
propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.
Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di
collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che
più direttamente li riguardano, ma è senz'altro da escludere che ad essi vada
affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un'anarchia feudale
nella vita economica, concludentesi in un rinnovato
dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito
del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all'opera di
rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la
soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita
concreta che nella forma assunta dagli stati totalitari, per irreggimentare i
lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell'interesse della
classe governante.
4 - LA SITUAZIONE
RIVOLUZIONARIA: VECCHIE E NUOVE CORRENTI
La caduta dei regimi totalitari significherà per interi
popoli l'avvento della “libertà” sarà scomparso ogni freno ed automaticamente
regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse
hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore,
fino al socialismo e all'anarchia. Credono nella “generazione spontanea” degli
avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono
dal basso. Non vogliono forzare la mano alla “storia” al “popolo” al “proletariato”
o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature
immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di
autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un'assemblea costituente
eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori,
la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo
se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante
opera di convinzione.
I democratici non rifuggono per principio dalla
violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta
della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un
pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti
solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo
complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere
ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie,
in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi
democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle
rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni, caduto il vecchio apparato
statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente,
con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e
rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali
progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non
sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue
orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega
in una quantità di tendenze in lotta tra loro.
Nel momento in cui occorre la massima decisione e
audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo
consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro
dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori
esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le
occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far
funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti
ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli
poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille
tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in
tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio
allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso
morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici logorassero nelle loro
logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni
seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente
ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie,
e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione
delle classi.
Il principio secondo il quale la lotta di classe è
il termine cui van ridotti tutti i problemi politici
ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle
fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non
erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in
uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di
trasformare l'intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro
particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle
con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura
delle loro classe, per realizzare l'utopistica collettivizzazione di tutti gli
strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il
rimedio sovrano di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su
nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze
progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione,
che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento
proletario.
Delle varie tendenze proletarie, seguaci della
politica classista e dell'ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto
la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per
ciò si sono - a differenza degli altri partiti popolari - trasformati in un
movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo
per organizzare gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle
più disparate manovre.
Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi
rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto
più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie - col predicare
che la loro “vera” rivoluzione è ancora da venire - costituiscono nei momenti
decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua
dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli
per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire
una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi
dietro un Karoly, un Blum,
un Negrin, per andare poi fatalmente in rovina dietro
i fantocci democratici adoperati, poiché il potere si consegue e si mantiene
non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo
organico e vitale alle necessità della società moderna. La loro scarsa
consistenza si palesa invece senza possibilità di equivoci quando, venendo a
mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo
estremista.
Se la lotta restasse domani ristretta nel
tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie.
Gli stati nazionali hanno infatti già così profondamente pianificato le proprie
rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di
sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe
detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste
sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche.
Con le maggiori probabilità i reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero
profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere
il loro quarto d'ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere
ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su
tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.
Una situazione dove i comunisti contassero come
forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso
rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.
Larghissime masse restano ancora influenzate o
influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non
scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono
però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti
nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo
strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze
più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente
modificarsi o sparire.
Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da
coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà
sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in
genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza
lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.
Il partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma
deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico
centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d'azione. Esso non
deve rappresentare una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo
transitoriamente e negativamente, cioè per il loro passato antifascista e nella
semplice del disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi ciascuna per
la sua strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito rivoluzionario deve
sapere invece che solo allora comincerà veramente la sua opera e deve perciò
essere costituito di uomini che si trovino d'accordo sui principali problemi
del futuro. Deve penetrare con la sua propaganda metodica ovunque ci siano
degli oppressi dell'attuale regime, e, prendendo come punto di partenza quello
volta volta sentito come il più doloroso dalle
singole persone e classi, mostrare come esso si connetta con altri problemi e
quale possa esserne la vera soluzione. Ma dalla schiera sempre crescente dei
suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell'organizzazione del partito
solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale
della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro
necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continua ed efficacia di
esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la
solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.
Pur non trascurando nessuna occasione e nessun campo
per seminare la sua parola, esso deve rivolgere la sua operosità in primissimo
luogo a quegli ambienti che sono i più importanti come centri di diffusione di
idee e come centri di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due
gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di
domani, vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella
che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria, che sarà la più pronta a
riorganizzare le proprie file. Gli intellettuali, particolarmente i più
giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal
regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel
movimento generale.
Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di
alleanza di queste forze è condannato alla sterilità, poiché, se è movimento di
soli intellettuali, sarà privo di quella forza di massa necessaria per travolgere
le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe
operaia; ed anche se animato da sentimenti democratici, sarà proclive a scivolare,
di fronte alle difficoltà, sul terreno della reazione di tutte le altre classi
contro gli operai, cioè verso una restaurazione.
Se poggerà solo sulla classe operaia sarà privo di
quella chiarezza di pensiero che non può venire che dagli intellettuali, e che
è necessaria per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà
prigioniero del vecchio classismo, vedrà nemici dappertutto, e sdrucciolerà
sulla dottrinaria soluzione comunista.
Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo
partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli
organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui
vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in
attesa di essere guidate.
Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che
va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente
volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde
della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la
prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del
partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.
Non è da temere che un tale regime rivoluzionario
debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto
modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà
creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita
libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello
stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi
politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte
di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di
funzionamento di istituzioni politiche libere.
Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via
vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge
così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i
vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si
incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto
i motivi dell'attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono
l'eredità di tutti i movimenti di elevazione dell'umanità, naufragati per
incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve
essere percorsa e lo sarà.
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni